| Usi e costumi di Platania |
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![]() Nessun documento scritto ci rimane che documenti le tradizioni, gli usi, i costumi, le iniziative in senso lato culturali o sociali dei Platanesi in questi tre secoli della loro storia; tutto questo patrimonio, certamente notevole é affidato alla memoria, sempre più labile e lacunosa degli anziani, a qualche raro e sfocato documento fotografico, a qualche “reperto” di antichi strumenti di lavoro, dimenticato nei solai o nelle cantine, ai ricordi sempre più imprecisi e sfumati che si tramandano da padre in figlio, ma che ai figli interessano sempre meno.
Si sa dunque che a Platania il colore del panno della pacchiana variava a seconda dello stato civile della donna che lo portava ed era viola cupo se la giovane era nubile, rosso vivo se la donna era sposata, nero o comunque scuro se era vedova. Diverso e vario era il colore della gonnella e variava con l’età poiché le giovani preferivano i colori chiari : verde, beige, grigio perla, celeste, blu, le donne sposate quelli più scuri come il marrone, il blu scuro, le anziane più spesso il nero. Fogge diverse aveva il bustino che era più o meno “lavorato” con il pizzo ed aveva maggiori o minori ninnoli e ricami, ma lasciava ampio spazio alla camicetta bianca ornata di trine e merletti. Le spalle erano sempre coperte da uno scialle ampio che s’intonava con la gonnella ed era di seta o di raso dai colori più vari ma sempre fornito di una fluentissima frangia che rendeva più fascinosa l’acconciatura dei capelli per lo più lunghi ma annodati a treccia raccolti dietro la nuca “a tuppo” e fermati con un bastoncino di legno a forcina e con la “pettinissa” finemente lavorata e abbellita da pietre dure rilucenti come diamanti. Più semplice perché per lo più di velluto nero o marrone pantaloni aderenti e gilet allacciato, il costume dell’ uomo che era completato con una camicia bianca, una fascia rossa o celeste sui fianchi, calzettoni di lana e scarpe di pelle (purcine) a plantare intero o a mezzo plantare, allacciate con stringhe di cuoio intorno alla gamba; raramente una fettuccia di pelle intorno al collo e pendente sul petto, più spesso un fazzoletto rosso completavano il vestito maschile. Naturalmente questi erano i vestiti della festa e delle grandi occasioni (matrimoni, battesimi) nella vita di ogni giorno i costumi, pur mantenendo l’aspetto essenziale erano più semplici e meno costosi, anche per la più modesta qualità delle stoffe adoperate. Semplici, ma serene e spontanee erano d’altronde le occasioni di festa o di divertimento legate al ritmo sempre uguale dei lavori campestri o ai fidanzamenti, ai matrimoni, alle nascite, o alle festività religiose. Particolarmente sentite erano a Platania le festività natalizie e quelle pasquali, oltre alla festa del santo patrono, S. Michele Arcangelo. Più volte si é cercato di ritrovare e ricostruire i canti legati alla “focara” (il falò della notte di natale che per tradizione si accende ogni anno per riscaldare il Bambino Gesù), alla “strina” che adulti, giovani e ragazzi hanno cantato fino a venti anni fa tra il Natale e l’ Epifania girando di porta in porta. Lo stesso sforzo di ricerca e di ricostruzione é stato compiuto per i canti d’amore e le leggende popolari legate al ricordo delle fate che secondo la tradizione abitavano il nostro monte Reventino. Canzoni, usi e tradizioni nostri, naturalmente, s’inseriscono nel comune patrimonio folcloristico calabrese, come testimonianza della comune origine storico - culturale. Così i nostri dolci e piatti tradizionali per Natale (nacatule, pignolata, grispelle, monacialli ) o per Pasqua (cuzzupe con e senza uovo sodo, dolci e non) sono comuni a tutto il nostro popolo e si usa ancora oggi preparali per dare a ragazzi e giovani il senso di festa che senza la loro caratteristica atmosfera sarebbero già perduti. Si cerca anche di recuperare qualcuno dei tanti giochi popolari da quello della pignata alla corsa nei sacchi, dall’albero della cuccagna, alla gara del formaggio, dal ballo pirotecnico della “babba e del ciuccio” alla costruzione del gioco pirotecnico “‘u castiallu e S. Michele”. Fino ad almeno venti anni fa la lavorazione della carne di maiale era curata secondo tecniche tramandate di generazione in generazione e custodita gelosamente come segreti, mentre l’uccisione del maiale era una festa domestica con un suo complesso rituale pubblico e privato. Spiccato era il senso di solidarietà sociale, tipico dei calabresi, e lo si poteva notare nelle occasioni più diverse : durante il lavoro dei campi (caratteristica era la vendemmia con i suoi canti e i suoi balli), e nei matrimoni, nei lutti, in tutte le occasioni, liete e tristi, i platanesi si ritrovavano insieme per darsi una mano, per consolarsi e per divertirsi. a cura del Prof. Benito Paola
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