| Gregorio Nicolazzo |
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![]() Capitano Platania 18/04/1828 - 13/12/1864 La notte dal 12 al 13 dicembre 1864 si concludeva prematuramente a soli 36 anni o poco più la vita breve, ma intensamente vissuta, di Gregorio Emmanuele Nicolazzo. Egli era nato a Platania il 18 aprile 1828, da Pietro Teodoro e da Rosa De Fazio ed era stato educato dai genitori, attraverso e mediante lo studio dei classici latini ed italiani, a quegli ideali patriottici di libertà, di giustizia e di patria che saranno il suo alimento quotidiano. Le sue letture già a quindici anni sono, infatti, già orientate alla scoperta di una nazione che da poco stava acquistando il senso della propria dignità. Tale problematica interessava, allora, e non poteva essere diversamente, soltanto gli individui più accorti della borghesia o del ceto medio del Sud e del Nord d'Italia: poche persone che lo studio e la cultura, ancora molto poco diffusi nel Sud, avevano reso sensibili ai valori civili e politici; valori che, diffusi dalle armate francesi, avevano svegliato speranze ed entusiasmi subito tragicamente spenti dal ritorno dei Borboni nel Regno delle due Sicilie, dopo il Congresso di Vienna. Non desta, dunque, meraviglia che Gregorio Emmanuele Nicolazzo, giovane di soli vent'anni, emulo dello zio Gregorio De Fazio, capitano della Guardia Nazionale, sia già guardia semplice, già conosciuto ed impegnato nel sociale, al servizio della sua comunità locale. Non risulta, quindi, né strano né incomprensibile che, insieme con lo zio, si dia da fare a raccogliere bande di volontari con cui partecipare ai fatti dell'Angitola del 27 giugno del 1848, il cui fallimento e la cui repressione portarono il giovane Emmanuele ad essere processato, come troppo attivo e zelante rivoluzionario, dalla Gran Corte Criminale di Catanzaro a venticinque anni di ferri il 1° ottobre del 1850 oltre che al pagamento di un'ammenda di 100 ducati e delle spese processuali. Il verbale di condanna di questo giovane patriota facinoroso si premura di farci sapere che Emmanuele Nicolazzo ha osato gridare pubblicamente "Viva la libertà". Per dieci lunghi anni egli, dunque, languirà nelle galere borboniche dove contrarrà quella malattia cronica che lo condurrà alla morte prematura. Dieci anni più tardi il re Borbone concederà ai patrioti calabresi un'amnistia, imponendo loro di andare via dal Regno delle due Sicilie. Emmanuele Nicolazzo approfitterà della ritrovata libertà (secondo Gaetano Boca, egli sarebbe addirittura riuscito ad evadere dal carcere, prima ancora della stessa amnistia) per recarsi via mare a Genova dove con altri patrioti venne accolto con entusiasmo da Garibaldi, il quale reclutava volontari, per partecipare con questi e per suo conto alla seconda guerra d'indipendenza. Da quel momento egli si legherà di profonda amicizia al generale e parteciperà con slancio all'impresa dei Mille, alla quale parteciperà con il n. 637 ed insieme con almeno altri venticinque volontari platanesi. Godendo, poi, della piena fiducia di Garibaldi, riceverà da questi numerosi e delicatissimi incarichi, tanto che lo manderà quasi in avanscoperta a preparare e facilitare il passaggio vittorioso dei Mille attraverso la Calabria, per cui il nostro concittadino avrà una parte non secondaria nella resa delle truppe borboniche a Soveria Mannelli; poi, come se tutto ciò non bastasse, chiederà di partecipare con volontari suoi compaesani e calabresi alla battaglia del Volturno, episodio conclusivo e non incruento della liberazione del Sud. Carico di gloria e sempre pieno di entusiasmo e di amor di patria rientra dopo sette mesi di campagna militare nel suo paese e viene nominato capitano della Guardia Nazionale e poi della Guardia Mobile. Nel luglio del 1861 sarà ancora impegnato nella lotta al brigantaggio sempre nel territorio di Soveria dove egli disperde, senza quasi dover combattere, diverse bande di briganti. Sciolta, poi, la Guardia Mobile, egli, semplice e modesto, torna, senza nulla pretendere, in seno alla sua famiglia nel suo paese, dove continua a mettere in luce le sue doti di mente e di cuore. Ma a testimonianza di queste doti umane, diamo la parola a Rosario Rettura di Nicastro, amico sincero chiamato a celebrare con un'oratoria ingenuamente romantica e ridondante ma commossa e sentita, l'elogio funebre, pronunciato a Platania il 16 gennaio 1865. "Coraggioso, mansueto, prodigo del suo, tutto amore del prossimo, patriottismo. Egli mercè tali preziose doti del cuore fu simpatico a tutti ed appotutte le classi in fluentissimo, smanioso di libertà, non ebbe altri nemici se non che la tirannìa e i tiranni…" E continua "L'Italia ha perduto uno dei suoi più cari figli, la Calabria un esempio di virtù cittadina. La sua memoria strappa un fiume di lagrime a quanti lo conobbero. Ahimè ! Come divennero immobili quelle labbra che sempre si aprirono a parole di patria carità; quegli occhi che mai non videro la miseria del proprio simile senza versare una lagrima di compassione, chiuse per sempre il silenzio della morte ! E l'anima sua bella, sciolta dagli affanni terreni …. Ha percorso lo spazio verso l'abbraccio di Dio". Non c'è altro da aggiungere a queste commosse parole d'addio. Prof. Benito Paola (marzo 1994 |


